“Stalin + Bianca” di Iacopo Barison. Una lettura

Emerge subito il contrasto di impressioni che le persone possono provare pensando alla vita umana nel mondo. O tra mondo al maschile e mondo al femminile, sommati insieme come nel titolo dell’opera. Per Stalin, il mondo è qua. Per Bianca, sembra la serie di esortazioni a servirsi dell’immaginazione, amichevoli, che Stalin le fa. Il risultato, è che Bianca è più pessimista di Stalin.  Stalin è felice quando ha dei desideri, Bianca è felice quando capisce il mondo. Stalin capisce Bianca. La rabbia evocata dal nome dell’uno guarda al pessimismo dell’altra come al proprio. Allo stesso modo la realtà si specchia nei riferimenti al mondo del cinema. La simpatia di Stalin sta nel somigliare al migliore dei mondi possibili. La bruttezza delle opere fruite è nera, ricorda i dolori futuri, o le possibilità dietro l’angolo, perché non contrasta col terremoto in uno stadio. La cecità di Bianca è l’ostilità che si specchia nella realtà che trema. Stalin prova dolore perché la bellezza lo spaventa animalescamente, proprio mentre acquisisce le norme del convivere civile; il tempo sfugge più alla coscienza dell’umanità che non a se stesso, osserva. L’immaginazione si manifesta quando il tempo soggettivo anticipa quello oggettivo delle esperienze, attraverso l’utilizzo della facoltà della fantasia, data dalla lucida descrizione del mondo da parte di Stalin, che è quindi già adulto senza saperlo. Perché carente di autocontrollo? Chi controlla il quartiere deserto dove la gioventù impiega il famoso tempo? L’aria è sempre viziata da qualcosa di morto che sprigiona la libertà della puzza. Di più, Stalin, di cui Bianca è la testimone di vita, ha un contatto con la realtà senza difetti, al contrario di Jean, il custode dello stadio, che trascorre il famosissimo tempo in poltrona, oggetto opposto alla videocamera del giovane che pecca d’ira. Eppure Stalin vorrebbe guardare film dalla fine all’inizio per scoprire il segreto del lieto fine, per riuscire ad essere felice a sua volta. Questo non è ottimismo nel senso puro del termine, ma è una presenza dello spirito affermata dalle parole dello stesso Stalin mentre filma uno sconosciuto, simbolo del futuro. Il narratore è assente, il tessuto dell’intreccio è la muscolatura dei personaggi. Se si vuole ricercare la presenza del respiro del narratore, la si ricerchi nella citazione di Guerra e pace, vicina al gusto del New Italian Epic – auspico che l’uscita del libro in recensione conduca a una ripresa del dibattito intorno allo svolgimento dei temi tipici del NIE – . Stalin non sa se il silenzio è sintomo di normalità, di clima favorevole: potrebbero essere i suoi genitori, eppure si rivolgono a lui per ristabilire l’ordine tra la gente. Stalin ispira fiducia nel prossimo, è un buffo eroe del buon senso non manifestato. Anche perché fa sempre freddo. Stalin filma il mondo, narrato a sua insaputa, per dilatare il tempo che gli amanti divorano. Anche il tempo di Stalin è divorato dalla presenza degli altri, che lo schermo non può annullare. E i pensieri sulla morte mentre lo sguardo si sofferma sulle case. Realismo: i baffi di Stalin sono il passato. Il quartiere dove vive il giovane è infestato dai topi, la loro presenza simbolizza il sé istintivo, la sfida del ricordo contro il tempo della guerra informativa. Mentre in passato il mare faceva paura e la casa era la madre, nel presente la casa è l’ospite e il mare è l’ignoto. Stalin si avvicina alle esperienze di Bianca nel non vedere ciò che guarda. La strada percorsa dall’uno è evocata dall’immaginazione dell’altra, e i percorsi a piedi segnano le vie da ritrovare insieme. La Vespa è l’animale meccanico del punto interrogativo sulle indicazioni per proseguire nella vita. La realtà è animalesca, quando Bianca vede, attraverso i falsi e amorevoli racconti di lui, paesaggi inesistenti. Forse. Perché raccontati col racconto. L’intera scala cromatica ascoltata nei classici lirici di Stalin si converte nell’evidente nero pesto scaturito dall’unione della tavolozza del pittore sotto le palpebre di Bianca: la realtà può definirsi oggettiva? E’ un vero interrogativo?